Ragazzi scusate l’assenza ma ero molto impegnato con il lavoro, al più presto vi pubblicherò la #part12 della storia d’amore tra Marco e Alis. Nel frattempo se volete commentare o suggerire qualche modifica siete i benvenuti.

Ilcavaliered.inverno

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#Part11

#Part11

Alis

Sono le tre del pomeriggio quando sento un clacson suonare, mi affaccio al balcone e vedo Em sulla Fiat Punto verde di suo Fratello, con tanto di occhiali da sole la vedo sventolare la mano in segno di saluto, le sorrido e percorro in fretta le scale per non farla aspettare troppo.

—“ Em dai non abbiamo molto tempo, devo scegliere il vestito e sai che sono una ragazza molto indecisa”

—“ stai tranquilla Al riusciremo a fare tutto, prenderemo il vestito, e intanto che tu fai la doccia io penserò che tipo di trucco farti”

—“ ok va bene, quindi hai pensato a qualche negozio?”

—“ certo, possiamo andare alla “Botique” qua a Borgo San Lorenzo oppure c’e un altro negozio molto carino appena fuori Firenze, a te la scelta.”

—“ io direi di iniziare con la “Botique” che è qua vicini e se poi vediamo che non troviamo niente optiamo per quello appena fuori Firenze.”

—“ Va bene allora partiamo.”

Mentre la macchina percorre le vie di Borgo San Lorenzo non so perché ma la mia mente inizia a pensare all’appuntamento di stasera, devo ammettere che sono un po agitata, non ho avuto molti appuntamenti e l’ultima risale a circa un anno fa, ho paura di sbagliare o di dire qualche sciocchezza, è vero che non provo niente per lui, però voglio comunque dare buona impressione…quanto vorrei che ci fosse Marco al suo posto, ormai sto iniziando a rendermi conto che per lui provo effettivamente qualcosa e non semplicemente amicizia. Devo parlarne con qualcuno altrimenti finirò per esplodere.

—“ Em prima che arriviamo al negozio ho bisogno di parlarti di una cosa abbastanza seria.”

—“ dimmi tutto.”

—“ penso che tu avessi ragione… credo di provare qualcosa per Marco, non so ancora esattamente cosa, ma sicuramente più che amicizia.”

—“ LO SAPEVO! Ne ero sicura Al, era chiarissimo che vi piaceste a vicenda.”

—“ Hei frena un attimo l’entusiasmo, ho detto che io provo qualcosa per lui, non di certo il contrario.”

—“ Al sono d’accordo sul fatto che finché non hai una qualche spiegazione plausibile è difficile sapere se anche lui prova qualche sentimento nei tuoi confronti, però devi crederci ragazza mia, non puoi abbatterti così al primo tentativo.”

Intanto che Em parla, iniziano a venirmi molti dubbi, stasera devo uscire con un ragazzo mentre so di provare qualcosa per uno che non sia lui, un senso di panico sento che mi pervade, ma decido di non perdere la testa, faccio due bei respiri e con gran sollievo mi accorgo che siamo arrivate al negozio.

#Part10

#Part10

Dopo aver parlato con Mike mi sento più leggero, sento che è riuscito a darmi più sicurezza, magari anche lei prova gli stessi sentimenti che provo io, ma questo secondo me non si può sapere con certezza fino a quando quelle parole non usciranno dalle sue labbra.
Finito di bere il caffè andiamo a fare un giro al parco, ci sediamo sulla panchina e ci accendiamo una sigaretta, da lontano scorgo una sagoma abbastanza grossa e, mi ci vuole davvero poco per capire che si tratta di Paolo che si unisce a noi e , come facciamo da sempre ci dimentichiamo delle ore che scorrono, del tempo che passa, quando ci accorgiamo che sono le otto di sera passate cosi decidiamo di andare dal nostro amico Bilal.
Bilal è il proprietario della pizzeria-kebab che si trova all’angolo della strada, uscendo dal parco sulla destra, il suo Kebab è il migliore della città , nessuno cucina come lui e in più,rispetto ad altri tiene molto alla pulizia del suo locale, i pavimenti sono sempre puliti, come anche il bancone e i tavolini che si trovano all’esterno, il locale viene lasciato quasi sempre aperto per dar la possibilità al forte odore di fritto di uscire.
Mentre entriamo vediamo Lucia, la ragazza che prende le ordinazioni
-“ Buonasera Lu.” La salutiamo praticamente in coro
-“ Ciao ragazzi, cosa posso fare per voi?” Domanda la ragazza sorridendo mostrando i denti bianchissimi, Lu è una ragazza di corporatura abbastanza grossa , i capelli sono corti e neri , sul sopracciglio e sul naso ha dei piercing che , sinceramente a me non piacciono, soprattutto sulle ragazze loro le preferisco più fini, ma è solo questione di gusti.
-“ Allora ci fai tre Kebab completi?”
-“ Perfetto allora accomodatevi pure, dieci minuti e dovrebbero essere pronti.”
Mentre aspettiamo ordiniamo anche una porzione di patatine fritte, giusto per ammazzare un po il tempo, non si può chiacchierare senza avere qualcosa da sgranocchiare.
Arrivati i Kebab li sbraniamo, stavamo proprio morendo di fame…intanto ci avviamo in cerca di un locale dove andare a sbronozarci un po per passare la serata, prendiamo la macchina di Paolo e ci aggiriamo nei piccoli borghi di Firenze fino a quando troviamo un posto che si chiama “ Drunk and smile”, mentre entriamo mi rendo conto che non riesco a fare a meno di pensare ad Al che sarà fuori a cena con quel viscido di Andrea, magari si staranno anche baciando…non voglio nemmeno pensarci perché se no mi vengono i brividi, vado verso il bancone e ordino da bere, nella speranza che questo possa aiutarmi a distrarre la mente da tutto e tutti.

#Part9

#Part9

Intanto che aspetto il mio amico guardo fuori dal terrazzo e scorgo per caso una famiglia, composta da una madre, un padre e due bambini, mi stupiscono e rimango un po impietrito, a quella vista sembrano…felici. Una famiglia felice…mi dispiace dirlo ma io non ricordo nemmeno cosa voglia dire essere una famiglia e, quando i miei si separarono io, Lisa e Milena eravamo molto piccoli , io ho pochissimi ricordi dei miei genitori insieme e molto spesso a tavola mi capita di incantarmi sulla sedia alla mia sinistra e di provare un senso di vuoto, tristezza; è come se avessi un buco, si un enorme buco che non potrà mai essere colmato o rimpiazzato. Amo mio padre, Anche se non ci sentiamo molto, ma è una delle cose più al mondo che mi manca e, la cosa peggiore è che non c’è un rimedio o un antidoto per questo dolore. Devo solo imparare a conviverci.
Nel frattempo Mike arriva con un vassoio che contiene le due tazze di caffè , il cartone del latte e lo zucchero.
— “ allora cosa avevi da dirmi di così tanto importante?”
— “ stasera Al uscirà con Andrea, l’istruttore della palestra e , non so come dire ma questa cosa mi crea un certo disturbo” dico sperando che Mike non mi giudichi.
—“ no non lo sapevo, ma questo secondo me può significare solo una cosa”
—“ sarebbe?”
—“ che Al ti piace, e non poco”
—“ Mike non può piacermi lo capisci? Ci conosciamo da quando portavamo il pannolino, non posso rovinare un’amicizia come la nostra”
—“ Scusa Marco ma cosa ci vuole a dirglielo? Vai lì e le dici che ti sei preso una cotta.”
—“ non posso…lei non è come le altre, se mi rifiutasse ci rimarrei troppo male, non so se riuscirei mai a riprendermi.”
—“ si ma non essere negativo, se parti così inizi già male, devi pensare positivo e poi, scusa ma si vede lontano chilometri che vi andate dietro a vicenda”
—“ Mike non dire cavolate, io non le piaccio in quel senso, se no stasera non uscirebbe con Mr. Muscolo”
—“ certo che sei proprio indietro, devo spiegarti tutto io? Le ragazze fanno così, a loro piace farci ingelosire e, ti dirò di più, loro amano principalmente due cosa: farsi desiderare è la prima, e secondo stare al centro dell’attenzione, non potrebbero vivere senza queste due cose.”
—“ non lo so…come fai ad essere così sicuro che lei prova i miei stessi sentimenti?”
—“ lo so perché si vede Marco, ma l’unico con le fette di salame sugli occhi sei tu”
—“ vedremo, magari le parlerò alla festa di Jacopo, devo passare a prenderla io quindi avremo un po di tempo per stare da soli.”
—“ Ecco amico , questa secondo me è un’ottima mossa”
—“ Bene, allora farò così…devo dire che questa volta il caffè è venuto buono”
—“ Ei guarda che io sono bravo a fare tutto.”
—“ certo Mike” gli rispondo facendomi scappare un mezzo sorriso, diciamo che in cucina non è un fenomeno.

Traduzione di Divided Kingdom

Traduzione di Divided Kingdom

 

IL REGNO DIVISO

RUPERT THOMSON

Fu come se un sipario fosse caduto,
nascondendo ogni cosa avessi
mai conosciuto.
Jean Rhys

 

CAPITOLO UNO

C’erano alcuni uomini nella mia stanza, c’era luce, troppa luce e mi sollevarono dal letto. Non feci resistenza o piansi; non emisi un fiato. Le uniformi che indossavano erano fredde, come se le avessero appena prese dal frigorifero.
Mi dissero di aspettare sulla strada, fuori da casa nostra. La pioggia si accumulava al di là di un lampione, così fine che potevo difficilmente sentirla, sembrava argentata. Vidi che un soldato mi allacciò una fascia intorno alla parte superiore del mio braccio. La mia ombra si piegò sul bordo del marciapiede, come un cartone piegato in due punti.
Mi misero nella parte posteriore di un camion, insieme a persone di ogni età, tutti che indossavano una fascia, non ne ho riconosciuta nessuna. Nessuno parlava o si muoveva. Non ricordo violenza, solo il silenzio e la costante leggerezza della pioggia.
Da dove ero, nel portellone posteriore, vidi i miei genitori che non avevano avuto il tempo di vestirsi come si deve. Mio padre indossava il pigiama, una giacca, un paio di pantofole e sul suo volto c’erano linee e grinze, come se il sonno l’avesse sgualcito nel suo pugno.
I piedi di mia madre erano nudi.
I piedi di mia madre…
E i capelli biondi erano leggermente appiattiti dalla parte dove si era appoggiata al cuscino.
Stava chiamando il mio nome a voce alta e affaticata, si allungava verso si me, le sue dita stringevano forte l’aria. Imbarazzato, mi allontanai, fingendo di non conoscerla.
Sorrisi scusandomi alle persone che avevo intorno.
<< mi dispiace,>> dissi.
Così è come iniziarono i miei ricordi.
No, non i miei ricordi. La mia vita.

Quando arrivò l’alba ero sul marciapiede della ferrovia. Il cielo si era rannuvolato, un vortice di bianco e grigio sui tetti e c’erano pozzanghere ovunque. Un treno merci tintinnava attraversando la stazione senza fermarsi, l’autocarro era avvolto dal filo spinato. Stavo versando il tè in una tazza di plastica e una fetta di pane che era stata spalmata sottilmente con della margarina. Ora che c’era luce potevo vedere che la fascia attorno alla parte superiore del mio braccio, era rossa. Non sentivo nostalgia di casa, solo freddo e tristezza, e sembrava capissi che non dovevo pensare troppo profondamente, come qualcuno che nuota al centro di un lago sta vicino alla riva per paura delle correnti infide.
Lo stesso giorno, dopo un tragitto di molte ore, arrivammo a una grande e cadente casa, in una parte della città che non conoscevo. Erano rimasti solo otto di noi, tutti maschi. Thorpe Hall si accovacciò in un avvallamento del terreno, come un recipiente profondo e paludoso e la proprietà era circondata da boschi, imponenti querce, castagni screziati da betulle argentate come una capigliatura che ingrigisce. Un fossato accerchiava la casa su tre lati, la superficie dell’acqua era un mantello di melma, la riva era recintata da affilate canne verdi.
Un antico e maestoso pesce scivolava attraverso la stagnante profondità, l’oro delle squame macchiate e tinte come se fosse inchiostro. Sebbene la casa fosse stata costruita in una pietra di colore paglierino, la scarsa altezza e le finestre strette le conferivano un aspetto indiscreto e miope. Sentivo che era consapevole della mia presenza. Se io fossi mai corso via, in qualche modo avrebbe saputo che me ne fossi andato.
Alla fine della mia prima settimana il nostro numero si gonfiò a più di settanta, il ragazzo più vecchio aveva quattordici anni, il più giovane, cinque. Due adulti erano responsabili di noi – il Signor. Reek e la signorina Groves. Ci lasciarono delle giacche, ognuna delle quali aveva cucito sul taschino un pavone scarlatto. Contai diciotto camere da letto in tutto, ma le condizioni erano ristrette e primitive e, alcuni ragazzi, io incluso, dormivamo su tavolozze di crine di cavallo nel corridoio al piano superiore. L’inverno era arrivato e nessuno dei condizionatori sembrava volesse lavorare. In certe camere il freddo era fitto e massiccio, non potevo credere che non fosse visibile. Se avessi camminato attraverso una camera come quella, i miei capelli avrebbero sentito freddo per i minuti seguenti. Graffiai le mie iniziali nel ghiaccio che si era formato all’intero delle finestre, non sapendo che avrebbero presto afferrato il mio nome. Non c’erano risa nella casa durante i primi pochi giorni, neppure dolore, solo una curiosa calma assente, una sorte di vuoto.
Nelle poche ore delle femmine di volpe solcarono l’aria con grida acute.
Un uomo si impiccò in un gabinetto al piano di sopra. Il corpo fu rimosso il pomeriggio stesso da un’ambulanza. Non vidi le lampeggianti luci blu sulla strada. Non sentii sirene. Niente disturbava l’oscurità e il silenzio che ci circondavano. Due giorni dopo, un servizio di ricordo si era tenuto nella cappella. Nel sermone il parroco descrisse la morte del ragazzo come un tragico incidente, sebbene ognuno sapesse che la verità era altrove.
Un altro ragazzo fu trovato che stava battendo ripetutamente la testa contro il muro. Anche lui fu portato via dalla casa e, nessuno lo vide più. Queste furono le prime casualità del Riassetto ,come veniva chiamato, ne parlavano raramente, e solo in toni silenziosi in alcuni angoli lontani dal giardino, o nel letto di notte quando tutte le luci erano state spente.
Non per molto tempo avremmo dovuto indossare la fascia, ma alcune volte potevo sentire un leggero restringimento, un tendersi intorno al muscolo e mi sarei ritrovato a guardare in basso, solo per essere sicuro che non fosse ancora lì.
Natale arrivò.
La vigilia guardammo il canto natalizio in TV. Il signor. Reek provò ad incoraggiarci a partecipare al canto, ma noi non avevamo i libri con il testa e davvero pochi di noi conoscevano tutte le parole. Nel mezzo dell’inno natalizio vidi i miei genitori che stavano all’estremità opposta della stanza. Erano tutti vestiti, mio padre in un cappotto e mia madre in uno scialle a maglia e degli stivali lunghezza ginocchio. Si dirigevano verso la messa di mezzanotte, pensai, e mi alzai per andare con loro. Quando arrivai alla porta pensai che se ne fossero andati.
Chiamai mia madre e sentii qualcuno prendermi la mano, ma quando guardai in su, vidi che era solo la signorina Groves. Sono riuscito a non piangere fino a quando arrivai al piano di sopra, nel letto.
Il mattino seguente mi posizionai vicino all’albero con tutti gli altri ragazzi. Prendemmo un regalo ciascuno. Il mio fu un paio di calze, celesti e con un motivo di cuccioli marroni.
Ricordo di aver pensato che ci deve essere stata una specie di confusione. Ricordo anche che non c’era nessuno da ringraziare.
Non nevicava.
Presto nel nuovo anno un ufficiale del governo ci pagò con una visita. Quel giorno, a colazione ci hanno detto che l’ufficiale era un uomo molto distinto e che tutti noi avremmo dovuto avere un comportamento esemplare. Guardai dalla finestra del primo pianerottolo come la limousine scorreva l’unità in largo, pneumatici grassi, il tetto nero luccicava nel sole invernale. Avrei dato qualsiasi cosa per farci un giro.
Dopo, ci radunammo nella sala principale. Con i capelli sparsi e caotici e il grigio cappotto, l’ufficiale del governo arrivò come se fosse deluso da noi, suppongo che ce lo aspettassimo più affascinante, come la sua macchina – ma poi iniziò a parlare:
<<Bambini dei quartieri Rossi>> disse, e un brivido attraverso ognuno di noi. Non sapevamo cosa l’uomo volesse esattamente dire, ma era chiaro che si stesse riferendo a noi.
Bambini dei Quartieri Rossi. Questo era quella che eravamo – cosa eravamo diventati.
Nel suo discorso ci disse che dovevamo essere orgogliosi di noi stessi. << Dovete ammirarvi>> disse, << perché siete rari. Sebbene ci sono solo pochi di voi, significa che non potete sopravvalutarvi. Il futuro dipende dall’esempio che voi date agli altri, si potrebbe anche dire che il destino dell’intero paese è nelle vostre mani.>>
Dopo corremmo giù per il corridoio e fuori dall’unità. Siamo stati tutti in possesso di volanti immaginarie producendo i suoni del motore. Ognuno di noi voleva essere l’autista di quella lustra limousine color nero notte. I bambini dei Quartieri Rossi, abbiamo urlato gli uni agli altri. I bambini dei Quartieri Rossi. Ancora non avevamo idea di cosa significasse. Eravamo emozionati senza saperne il motivo. Era l’effetto dell’adulazione – istantanea e della potenza, ma stranamente era troppo cava..
Quella notte abbiamo mangiato il maiale che era stato arrostito allo spiedo e abbiamo bevuto il succo fatto dalle mele spremute, eravamo d’accordo di andare a letto un’ora più tardi del solito, considerandola come un’occasione importante.

#Part8

#Part8

Arrivato davanti al grande edificio giallo dove vive Mike mi avvicino e citofono, lui vive al terzo piano, il problema di questo palazzo è che è sprovvisto di ascensore, cerco di guardare il lato positivo, almeno faccio un po di ginnastica, arrivato in cima alle scale noto che la porta è già aperta, decido di bussare e chiedere permesso. Mentre varco la soglia faccio appena in tempo a notare con la coda dell’occhio un’ ombra che corre come un fulmine in direzione della camera da letto, ma non capisco chi sia, l’unica cosa che riesco a vedere sono solo dei capelli biondi svolazzare e un lenzuolo che riesce a malapena a coprirle il sedere, tanto che riesco a intravedere un pezzo di chiappa prima che sparisca dentro alla stanza. Mike inizia a ridere e diventa tutto rosso, con un cuscino cerca di coprirsi le parti intime, se in questo momento potesse vederlo sua madre penso proprio che lo ammazzerebbe.
—“ Mike un’altra volta? Dai smettila di cambiare ragazza ogni due per tre, trovatene una fissa, e questa chi sarebbe?”
—“ Dai Marco smettila di farmi la critica, comunque si chiama Anna e devo dire che a letto non è niente male.”
—“ immagino, sicuramente è una gran bella ragazza.”
—“ esatto , e una bella scopata non guasta mai.”
—“ Su questo posso dire di essere pienamente d’accordo.” rispondo, intanto sentiamo una voce provenire dall’altra parte della casa.
—“ Mike potresti dire al tuo amico di uscire un attimo? Così posso recuperare i miei vestiti e vi lascio soli?” chiede la bella ragazza con i capelli di una lunghezza modesta e occhi da cerbiatto.
—“ Si sì stava giusto uscendo”
—“ Ok ora esco ma muoviti perché ho bisogno urgentemente di parlarti.”
—“ tranquillo faremo in un lampo.”
Intanto che aspetto sul ciglio delle scale mi sento un idiota, uno sfigato come direbbero oggi i ragazzini, sono seduto sulle scale mentre il mio amico sta mandando via una bellissima ragazza solo perché io gli devo parlare, forse sono anche invidioso perché non ho una ragazza e in questo momento mi sento anche un po’ il terzo in comodo, il rumore della serratura si mette in mezzo tra me e i miei pensieri, e scorgo la bella ragazza uscire, saluta con un leggiadro bacio sulla bocca il mio amico e se ne va.
—“ Dai fammi entrare, dobbiamo parlare” faccio in tono deciso
—“ Va bene , va bene stai tranquillo, siediti al tavolino in terrazzo io arrivo subito con una bella tazza di caffè.”
—“ ok ti aspetto fuori, ricordati di prendere lo zucchero di canna.”